TITOLO: Il figlio dell’oligarca
AUTORE: Patrick Radden Keefe
TRADUTTORE: Paolo Marangon e Manuela Faimali
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2026
CASA EDITRICE: Mondadori
PAGINE: 444
GENERE: Reportage narrativo
DISPONIBILE SU: Amazon | Feltrinelli
RIASSUNTO DELLA TRAMA DE “IL FIGLIO DELL’OLIGARCA”
Quando un giovane uomo di origini russe arriva a Londra, si ritrova immerso in un mondo fatto di grandi fortune, investimenti immobiliari e relazioni tanto influenti quanto poco trasparenti. Intorno a lui si muovono imprenditori, intermediari e personaggi dal passato ambiguo, in una città dove il denaro sembra poter aprire quasi qualsiasi porta.
Ma dietro le apparenze rispettabili si nasconde una rete di interessi, segreti e inganni in cui non è sempre facile capire chi stia usando chi. Tra Londra e la Russia, “Il figlio dell’oligarca” costruisce così una storia di potere e truffe nella quale fidarsi della persona sbagliata può avere conseguenze imprevedibili.
COSA MI HA SPINTO A LEGGERE “IL FIGLIO DELL’OLIGARCA”?
Il mio interesse per “Il figlio dell’oligarca” nasce anche dal rapporto, profondamente cambiato negli ultimi anni, tra il Regno Unito e la Russia.
Quando sono arrivato a Londra nel 2013, questo rapporto era molto diverso da quello che conosciamo oggi. La presenza russa nel Regno Unito era già un tema tutt’altro che marginale e, negli anni successivi, una serie di vicende molto diverse tra loro ha continuato a riportare il Paese al centro dell’attenzione: dalla cronaca nera legata al caso di Salisbury fino al mondo del calcio e alla figura dell’allora patron del Chelsea Roman Abramovich.
Per questo, quando qualche anno fa mi sono imbattuto nell’articolo del New Yorker da cui nasce “Il figlio dell’oligarca”, l’ho divorato. Era una storia che incrociava molti degli elementi che avevo imparato a riconoscere del rapporto tra Londra e la Russia, ma lo faceva attraverso una vicenda concreta, fatta di persone, denaro e ambizioni.
E proprio per questo sono stato particolarmente contento quando quella storia è diventata un libro. L’idea di poter tornare dentro quella vicenda, questa volta con lo spazio necessario per svilupparla in maniera più ampia, mi è sembrata un’ottima occasione per capire meglio un rapporto che, nel giro di poco più di un decennio, è cambiato radicalmente.
RECENSIONE DE “IL FIGLIO DELL’OLIGARCA”
Diventare qualcun altro
Il protagonista di questo reportage è Zac. O, meglio, è il ragazzo che finisce per diventare “il figlio dell’oligarca”. La distinzione non è soltanto una questione di titolo: è proprio nella trasformazione di Zac che si trova uno degli aspetti più interessanti della storia raccontata nel libro.
Perché almeno sulla carta Zac non avrebbe nessun motivo per cercare di diventare qualcun altro. Cresce in una famiglia benestante, con genitori liberali e affettuosi, riceve una buona educazione e può contare su un nucleo familiare solido. Non è quindi il ragazzo che cerca una via d’uscita da una situazione difficile: avrebbe già molte delle condizioni necessarie per costruirsi una vita felice.
Eppure qualcosa lo spinge altrove. Zac comincia a costruirsi un personaggio, un’identità diversa da quella con cui è cresciuto, fino ad assumere proprio il ruolo di “figlio dell’oligarca”. È qui che il titolo smette di essere soltanto una descrizione e diventa quasi una maschera: una parte che Zac decide di interpretare e che, progressivamente, finisce per condizionare anche il modo in cui gli altri lo vedono.
L’autore presenta la sua storia come l’ultimo esempio di un sistema che sembra imporre alle persone di essere qualcosa che non sono per riuscire a emergere. Forse è proprio questo l’aspetto che ho trovato più interessante: non tanto chiedersi perché Zac voglia essere ricco, potente o rispettato, quanto capire perché senta il bisogno di diventare qualcun altro quando, almeno in apparenza, non gli manca nulla.
La pressione sociale del resto non appartiene soltanto al mondo degli oligarchi. In forme molto più comuni, tutti possiamo conoscere la sensazione di dover corrispondere a un’immagine, di costruire una versione di noi stessi che pensiamo possa essere più accettata o avere più successo. Naturalmente, il percorso di Zac porta questo meccanismo a conseguenze molto più estreme. Ma è proprio questa distanza, secondo me, a renderlo interessante: non è facile identificarsi con le sue scelte, ma è possibile riconoscere il meccanismo che c’è dietro.
E così “il figlio dell’oligarca” diventa un personaggio che Zac sceglie di interpretare. La domanda è quanto a lungo si possa indossare una maschera prima che diventi impossibile distinguere il personaggio dalla persona.
Una storia di Londra
Se Zac è il protagonista della storia, Londra è quasi il suo secondo personaggio. Il reportage racconta infatti una città nella quale il rapporto con la Russia è stato, per anni, molto più stretto e complesso di quanto possa sembrare oggi.
Quando sono arrivato a Londra nel 2013, era ancora possibile parlare di questo rapporto in termini molto diversi da quelli che useremmo oggi. I capitali russi erano già una presenza evidente, soprattutto nel mondo degli affari e del mercato immobiliare, mentre figure come Roman Abramovich erano diventate parte del paesaggio della città. Poi sono arrivati Salisbury, le tensioni politiche e, infine, la guerra in Ucraina, cambiando radicalmente il modo in cui il Regno Unito guarda alla Russia.
È in questo contesto che si muove Zac, e il libro riesce a mostrare quanto sia facile, a Londra, per il denaro trasformarsi in accesso, relazioni e soprattutto rispettabilità. Non è soltanto una questione di quanti soldi si abbiano, ma di ciò che quei soldi permettono di acquistare: una casa in un quartiere prestigioso, una cena nel posto giusto, una conoscenza influente, un certo modo di vestirsi e di parlare. Il denaro, quando arriva nei luoghi giusti, può diventare molto rapidamente una forma di appartenenza.
Ed è qui che entra in gioco anche il tema dei soldi sporchi. Il libro non si limita infatti a raccontare la ricchezza degli oligarchi o la presenza dei capitali russi a Londra: mostra un sistema nel quale, a volte, sembra esserci una zona grigia sorprendentemente ampia tra denaro legittimo, denaro sospetto e denaro del quale sarebbe meglio non fare troppe domande.
La cosa più interessante però è che Zac non si limita a osservare questo mondo dall’esterno. È proprio quella possibilità di trasformarsi, di entrare in un ambiente nel quale il denaro può cambiare la percezione che gli altri hanno di te, a diventare parte della sua storia.
E forse è questo il punto in cui la vicenda personale di Zac e quella di Londra finiscono per incontrarsi: una città capace di accogliere quasi chiunque, purché abbia qualcosa da offrire. E in una città così, può diventare sorprendentemente facile confondere ciò che una persona possiede con ciò che una persona è.

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Uno stallo alla messicana
Una delle cose che più mi hanno colpito di “Il figlio dell’oligarca” è il modo in cui la storia di Zac finisce per essere soltanto il punto di arrivo di tante altre storie. Intorno a lui si muovono infatti personaggi con percorsi, ambizioni e interessi molto diversi, ognuno con qualcosa da guadagnare, da nascondere o da dimostrare.
È come se l’autore costruisse lentamente una rete di relazioni nella quale Zac finisce per trovarsi al centro. Conosciamo persone che cercano il successo, altre che inseguono il denaro, altre ancora che hanno imparato a muoversi in quella zona grigia in cui affari, opportunità e inganno possono diventare difficili da distinguere. E più queste storie si intrecciano, più Zac smette di sembrare un caso isolato.
Perché in fondo avrebbe potuto toccare a qualcun altro.
È forse questo uno degli aspetti più inquietanti del libro: l’idea che Zac non sia necessariamente speciale, ma semplicemente il ragazzo attraverso il quale possiamo osservare un meccanismo più grande. Il contesto nel quale si muove offre diverse possibilità per costruirsi un’identità, reinventarsi e cercare di diventare qualcuno. Zac sceglie una di queste strade, ma altre persone avrebbero potuto percorrerla al suo posto.
Il reportage acquista in queste pagine una dimensione quasi corale. Non c’è soltanto la storia di un ragazzo che prende una serie di decisioni sbagliate, ma un insieme di persone che, con motivazioni molto diverse, contribuiscono a creare l’ambiente nel quale quelle decisioni diventano possibili.
Anche per questo trovo interessante il modo in cui l’autore racconta i suoi personaggi: non sono semplicemente buoni e cattivi, vittime e carnefici. Ognuno sembra avere una propria versione della realtà e, soprattutto, una propria ragione per trovarsi lì. Alcuni cercano di sfruttare gli altri, altri vengono sfruttati a loro volta; qualcuno vuole soltanto entrare in un mondo al quale sente di non appartenere.
Alla fine, però, tutte queste storie finiscono per convergere su Zac. È lui che diventa “il figlio dell’oligarca”, ma il libro lascia una sensazione più ampia: quella di trovarsi davanti a un sistema capace di produrre continuamente nuovi personaggi. Oggi è Zac. In un’altra storia, con persone diverse e circostanze appena cambiate, avrebbe potuto essere qualcun altro.
Quando il denaro compra la rispettabilità
A questo punto “Il figlio dell’oligarca” diventa quasi un gioco di specchi. Zac non è l’unico a costruirsi un’identità e, soprattutto, non è l’unico a nascondere qualcosa. Intorno a lui si muovono personaggi che cercano di apparire diversi da ciò che sono, persone che sfruttano le debolezze degli altri e altre ancora che cercano semplicemente di capire da che parte stia arrivando il prossimo colpo.
È qui che il libro diventa particolarmente accattivante. Perché in mezzo a truffatori, intermediari e opportunisti, non è sempre facile capire chi stia truffando chi. E quando un personaggio pensa di avere finalmente capito il gioco, spesso scopre che qualcun altro aveva già previsto la sua mossa.
Uno stallo alla messicana, insomma: tutti hanno qualcosa da perdere, tutti pensano di avere un asso nella manica e nessuno può essere completamente sicuro delle intenzioni degli altri.
Questa continua sovrapposizione di identità e inganni mi ha ricordato inevitabilmente Tom Ripley, il protagonista di “Il talento di Mr. Ripley” di Patricia Highsmith. Anche lì, ciò che affascina non è soltanto la menzogna in sé, ma la capacità di un personaggio di costruire progressivamente una versione alternativa di se stesso e di convincere gli altri a crederci.
La differenza è che qui non abbiamo un solo grande impostore al centro della scena. Abbiamo un’intera rete di persone che si osservano, si utilizzano e, quando possibile, cercano di anticiparsi a vicenda. Ed è proprio questa dimensione collettiva a rendere la storia così imprevedibile: non basta chiedersi chi stia mentendo, ma bisogna capire chi abbia qualcosa da guadagnare dal fatto che gli altri continuino a credergli.
Alla fine, quindi, il titolo torna ad assumere un significato ancora più ampio. “Il figlio dell’oligarca” è il personaggio che Zac ha scelto di interpretare, ma in questo mondo quasi tutti sembrano avere una parte da recitare. La vera domanda diventa soltanto una: chi riuscirà a mantenere la propria maschera più a lungo?
A CHI CONSIGLIO “IL FIGLIO DELL’OLIGARCA”?
Consiglio “Il figlio dell’oligarca” a chi ama i reportage capaci di partire da una storia vera e trasformarla in qualcosa di più ampio: un racconto di persone, denaro, identità e del mondo che si costruisce intorno a chi cerca di diventare qualcun altro.
Ma c’è anche una componente di mistero che rende la lettura particolarmente coinvolgente. Una morte sospetta e una serie di domande che si accumulano nel corso della storia aggiungono infatti al reportage una dimensione quasi investigativa, perfetta per chi ama le vicende in cui non è mai del tutto chiaro cosa sia successo davvero e di chi ci si possa fidare.
È poi una lettura interessante per chi conosce Londra e vuole scoprirne un lato molto meno turistico, fatto di grandi capitali, immobili, relazioni internazionali e del complesso rapporto con la Russia.
Infine, lo consiglio a chi è incuriosito dai personaggi che costruiscono identità diverse dalla propria e dalle storie in cui la domanda non è soltanto “che cosa è successo?”, ma anche “perché una persona che ha tutto dovrebbe voler diventare qualcun altro?”
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