TITOLO: Dare la vita
AUTORE: Michela Murgia
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2024
CASA EDITRICE: Rizzoli
GENERE: Saggistica
Direttamente da “Dare la vita”:
“Non avrò bisogno di fuggire, se non cercherai continuamente di ficcarmi dentro una gabbia.”
RIASSUNTO DELLA TRAMA DI “DARE LA VITA”
COSA MI HA SPINTO A LEGGERE “DARE LA VITA“?
C’è qualcosa che ho sempre trovato speciale nelle opere postume.
Ci sono persone che dedicano la propria vita a battaglie sociali, cercando di portare nel mondo il cambiamento in cui credono. Solitamente le conosciamo grazie alle loro azioni in vita e alle opere che le hanno rese famose, ma a volte ci lasciano un “testamento morale” sotto forma di una loro ultima opera (spesso incompiuta). Le parole di autori che ci lasciano prematuramente sono eredità importanti, potenti. Piccoli regali che apriamo quando è il momento giusto. Ci lasciano domande e, a volte, risposte che restano con noi a lungo. In parte, immagino, perché quella è la loro ultima parola sull’argomento.
Ho atteso l’uscita di “Dare la vita” con tutte queste aspettative. Volevo un libro che mi avrebbe fatto riflettere, crescere, e imparare qualcosa di nuovo. Soprattutto, volevo una sfida. Cercavo qualcosa che potesse minacciare lo status quo e alcuni preconcetti (in fondo li abbiamo tutti, no?). Non ho mai letto Michela Murgia prima, questo è stato il mio primo libro. Conoscevo un po’ della narrativa attorno a lei, ma non la sua. “Dare la vita” è quindi un’opera postuma, ma anche per certi versi un’opera prima. Una fine e un inizio.
COSA MI È PIACIUTO E COSA NON MI È PIACIUTO
“Dare la vita” è una raccolta di saggi fortemente progressisti. Penso che affrontarne la lettura in maniera prevenuta (in un senso o nell’altro) voglia dire fare un disservizio ai temi trattati. Alcuni concetti espressi in questi saggi possono causare domande, confusione, disaccordo. Ed è giusto così. Questo è un libro che va affrontato sia con apertura mentale, ma anche grande spirito critico (e viceversa). Personalmente mi sono trovato in disaccordo su diversi punti, ma questo non mi ha impedito di godermene la lettura. Ma andiamo nel dettaglio, con alcune riflessioni sparse.
Innanzitutto ho trovato molto interessante il discorso sul concetto di queerness, nel significato spiegato prima. Penso sia una filosofia che possa essere applicata a molti aspetti della nostra vita. Essere queer è l’opposto di essere straight (ovvero “dritto”, ma anche “corretto”), perché molte norme e leggi con cui conviviamo le accettiamo passivamente perché ci sono sempre state. Sfidare lo status quo tuttavia non dovrebbe essere un atto rivoluzionario, ma la normalità per una civiltà avanzata. Partendo dall’introspezione e dall’ascolto di chi viene da esperienze diverse dalla nostra possiamo capire se quella in cui viviamo è davvero una società moderna, oppure no. Perché sopprimere la voce di chi è diverso non è un atto democratico, ma dittatoriale.
La maternità è un altro tema trattato a lungo da Michela Murgia in queste pagine. Partendo dalle esperienze personali dell’autrice, “Dare la vita” pone l’accento sulla complessità dei rapporti tra genitori e figli, la differenza tra maternità e gravidanza, l’impatto economico di quest’ultima, e perché sia “sempre una questione di classe”. Non mi ero mai soffermato su questi argomenti, e poterlo fare è stato sicuramente stimolante.
C’è una sezione del libro dove ho particolarmente faticato. Parlo dei saggi consecutivi “Prometto di esserti fedele sempre” e “Prometto di non lasciarti mai”.
Nel primo, si distrugge il concetto di fedeltà, visto come l’altra faccia del possesso. Essere fedeli diventa dunque un gioco di potere, un ricatto emotivo. La violazione della fedeltà “è l’alibi delle violenze domestiche e dei femminicidi”. Ho trovato quest’argomentazione molto debole e volutamente provocatoria. La fedeltà è una scelta, non è imposta tranne che in dinamiche tossiche. Nella maggior parte dei casi, essere fedeli è un impegno che la gente vive con serietà e nel rispetto dell’altra persona. Che a volte la fedeltà (così come l’onore) possa essere usata come pretesto per violenze domestiche è vero, ma lo stesso si potrebbe dire di molte altre virtù.
Il secondo saggio in questione si concentra sulla “presunzione di eternità dei rapporti”. Sostanzialmente, non dovremmo mai dire “non lascerò mai” o “ti amerò per sempre”, perché i sentimenti possono sempre cambiare. Ma anche in questo caso, sono in disaccordo. I rapporti sentimentali sono scommesse. Li affrontiamo sperando che siano per sempre, anche se spesso il destino ha in serbo un finale diverso. Questo non vuol dire che non si debba sperare che i momenti di felicità che si vivono con un’altra persona possano durare per sempre. Certo, come dice Michela Murgia bisognerebbe scegliersi a vicenda ogni giorno, ma non vedo come una filosofia debba escludere l’altra. Dire “non ti lascerò mai” è una frase che alcune persone hanno bisogno di dire e sentirsi dire, perché rafforza alcuni bisogni legati al senso di sicurezza. Se dovessimo vivisezionare tutte le frasi dal lessico amoroso, non finiremmo mai. Dopotutto, l’amore vive di superlativi: è libertà poetica che ci fa credere che la vita sia migliore di quello che credessimo.
Pur essendo in disaccordo, ho apprezzato entrambi i saggi. Grazie a loro ho potuto riflettere su concetti su cui non mi ero mai soffermato prima, ed è comunque interessante scoprire punti di vista diversi. Se non altro, è un peccato che i capitoli fossero così brevi, perché avrei voluto indagare meglio alcune delle sfumature.
A CHI RACCOMANDO “DARE LA VITA”?
Quest’opera postuma di Michela Murgia è un’ode alla famiglia e all’amore. Che si sia in accordo o in disaccordo coi temi trattati, la forza dei sentimenti dell’autrice è innegabile. Tutte le pagine del libro sono intrise di affetto, rabbia, speranza.
Questa raccolta di saggi è per tutte quelle persone che credono che la vita e l’amore verso gli altri possano prendere forme che non sempre combaciano con le aspettative altrui. E allora dovremmo cercare di essere aperti verso chi vive situazioni famigliari difficili, lasciare il pregiudizio alla porta e ascoltare le loro storie. Viene alla mente quello che scrisse Tolstoj: “Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo“. Vero, tutte le famiglie infelici lo sono a modo proprio, ma non dovrebbero mai rimanere inascoltate.
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Conosco Michela Murgia e la traiettoria della sua vita. Non ho letto ancora il libro, fa parte della coda delle cose da leggere. La recensione lo fa avanzare.
G.