TITOLO: Il padiglione d’oro
AUTORE: Yukio Mishima
TRADUTTORE: Mario Teti
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 1962 (1956 in Giappone)
CASA EDITRICE: Feltrinelli
PAGINE: 256
GENERE: Romanzo
DISPONIBILE SU: Amazon | Feltrinelli
Tratto direttamente da “Il padiglione d’oro”:
I minorati fisici hanno la stessa intrepida bellezza delle donne avvenenti. Gli uni e le altre sono stanchi d’essere guardati, sono sopraffatti e nauseati da un’esistenza trascorsa nella continua curiosità altrui, e reagiscono chiudendosi in se stessi.
RIASSUNTO DELLA TRAMA DI “IL PADIGLIONE D’ORO”
Mizoguchi è figlio di un monaco buddista e lui stesso è un giovane monaco. Sin da bambino il padre gli parla del Padiglione d’oro e della sua straordinaria bellezza. Mizoguchi, però, è l’opposto di ciò che si potrebbe definire bello: fisicamente debole e affetto da una balbuzie che lo rende profondamente insicuro di sé.
Affidato alle cure dell’abate del Padiglione d’oro, amico del padre, Mizoguchi svilupperà un rapporto ossessivo e paradossale con il tempio. Durante gli anni incontrerà due persone destinate a segnare profondamente la sua crescita: Tsurukawa e Kashiwagi. Il primo sembra stargli vicino con sincera amicizia e buone intenzioni; il secondo, anch’egli storpio e dalla camminata incerta a causa dei piedi deformi, cercherà invece di insegnargli come sfruttare le proprie debolezze per manipolare gli altri.
Quando l’ossessione per il Padiglione finirà per consumarlo completamente, Mizoguchi prenderà una decisione estrema nel tentativo di liberarsi della bellezza che domina ogni aspetto della sua vita.
COSA MI HA SPINTO A LEGGERE “IL PADIGLIONE D’ORO”?
Su Gamobu stiamo sviluppando costantemente i contenuti dedicati alla letteratura giapponese. Dalla nostra guida alla letteratura giapponese ai romanzi contemporanei, passando per i libri giapponesi sui gatti e la selezione dei migliori libri giapponesi brevi, vogliamo offrire ai nostri lettori un punto di riferimento per scoprire questa letteratura.
Proprio mentre lavoravamo a questi contenuti, sia io che Andrea abbiamo deciso di approfondire alcuni autori meno contemporanei. Andrea aveva già recensito “Il sapore della gloria” e “Neve di primavera“, mentre io, dopo qualche ricerca, ho deciso di iniziare proprio da “Il padiglione d’oro“, considerato uno dei romanzi più importanti di Yukio Mishima.
LA RECENSIONE DI “IL PADIGLIONE D’ORO“
Un romanzo nato da un fatto realmente accaduto
Una delle cose che rende ancora più inquietante “Il padiglione d’oro” è che Mishima prende ispirazione da un fatto realmente accaduto. Mizoguchi non è soltanto un personaggio immaginario: il romanzo nasce dall’incendio del Kinkaku-ji del 1950, appiccato da un giovane monaco realmente esistito. Affetto da balbuzie e descritto da tutti come un ragazzo poco attraente, sembra abbia deciso di incendiare il tempio con l’intenzione di morire insieme all’edificio. All’ultimo momento, però, abbandonò il Padiglione in fiamme e si rifugiò sulla collina alle sue spalle.
MIZOGUCHI: LA GUERRA CONTRO LA BELLEZZA
In tutto il romanzo, raccontato in prima persona, è chiaro che la tematica principale, nonché l’ossessione del protagonista, sia proprio la bellezza. Mizoguchi sviluppa una relazione ossessiva con l’edificio che per lui rappresenta la bellezza più pura, la perfezione.
Per Mizoguchi la bellezza non salva, anzi distrugge. Più contempla il Padiglione, più si sente distante da esso. La bellezza diventa un ideale irraggiungibile che evidenzia tutte le sue mancanze. A poco a poco Mizoguchi non vede più il Padiglione come un tempio. Lo vede come un rivale. Come qualcosa che occupa ogni spazio della sua mente. Diventa un’ossessione che finisce per consumarlo.
La balbuzie, il senso di inferiorità fisica e la difficoltà di relazionarsi agli altri, soprattutto alle donne, lo portano a vivere la bellezza come qualcosa che lo esclude. Il Padiglione d’oro rappresenta la perfezione. E proprio perché è perfetto, diventa insopportabile. L’unica soluzione alla sua situazione è distruggere la radice della sua ossessione.
TSURUKAWA E KASHIWAGI: LUCE E OMBRA
Mentre Mizoguchi cresce e prosegue la sua esperienza tra il tempio e l’università, incontra due personaggi che rappresentano gli estremi opposti del suo percorso.
Da una parte troviamo Tsurukawa, che rappresenta davvero un amico per Mizoguchi e incarna la bontà, la purezza, la spiritualità e la fiducia negli altri. È ciò che Mizoguchi potrebbe essere: una possibilità di salvezza.
Dall’altra troviamo Kashiwagi, cinico, manipolatore, disilluso e profondamente opportunista. Rappresenta tutto ciò che Mizoguchi potrebbe diventare: una strada fatta di odio e risentimento, dove ogni debolezza diventa uno strumento per sfruttare gli altri. È probabilmente il personaggio che più di tutti suscita rifiuto nel lettore, ma forse è proprio in questo che la scrittura di Mishima funziona così bene.
Solo verso la fine del romanzo questa contrapposizione si incrina. Il fatto che Tsurukawa continui a scrivere a Kashiwagi, ma non a Mizoguchi, suggerisce quanto anche il personaggio apparentemente più puro rimanga, in parte, irraggiungibile per il protagonista.

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L’IDENTITÀ COSTRUITA DALLO SGUARDO DEGLI ALTRI
Mentre leggevo era evidente come il racconto in prima persona servisse a costruire un romanzo altamente introspettivo, capace di farci entrare nella psiche del protagonista. Ma c’è un elemento che secondo me è essenziale per comprendere anche il gesto finale di Mizoguchi.
Per tutto il romanzo Mizoguchi ci racconta come lo vedono gli altri: uno storpio, un ragazzo strano, affetto da balbuzie. Non c’è quasi mai un momento in cui ci dice come vede sé stesso per quello che è realmente. Sembra esserci sempre il filtro dello sguardo degli altri tra ciò che Mizoguchi è e ciò che crede di essere. Non vive per quello che è, ma per quell’immagine che gli altri hanno costruito di lui e nella quale lui stesso finisce per identificarsi.
RecÈ proprio quando finisce per credere completamente allo sguardo degli altri che Mizoguchi smette di cercare chi sia davvero.
DISTRUGGERE CIÒ CHE SI AMA
Una delle grandi domande del romanzo è: “Cosa succede quando qualcosa è così bello da diventare insopportabile?”.
La risposta di Mishima è inquietante. L’ossessione non porta al possesso ma alla distruzione. È una riflessione sorprendentemente moderna. Quando qualcosa diventa il centro assoluto della nostra identità, smettiamo di contemplarla e iniziamo a desiderare di possederla. E ciò che non possiamo possedere, spesso finiamo per distruggerlo.
Ed è proprio questo che più disturba il lettore: Mizoguchi non distrugge il Padiglione perché lo odia, ma perché lo ama. Dove il Padiglione avrebbe dovuto restare eterno, Mizoguchi decide di renderlo mortale e di dargli una fine attraverso l’incendio. Solo distruggendolo può finalmente sottrarsi al suo dominio.
“Il padiglione d’oro” non racconta semplicemente la distruzione di un tempio, ma il momento in cui un uomo incapace di accettare sé stesso decide di distruggere l’ideale di perfezione che ha dominato tutta la sua vita.
A CHI CONSIGLIO “IL PADIGLIONE D’ORO”?
Consiglio “Il padiglione d’oro” a tutti i lettori che amano i romanzi psicologici, da esplorare non solo attraverso le parole di Yukio Mishima, ma anche attraverso le proprie riflessioni. Con i suoi personaggi moralmente ambigui e le profonde riflessioni filosofiche, è un romanzo che stimola continuamente il lettore e, allo stesso tempo, lo mette profondamente a disagio. Se cerchi una lettura che continui a farti pensare anche dopo aver chiuso il libro, “Il padiglione d’oro” è una scelta che difficilmente dimenticherai.
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E tu hai letto “Il padiglione d’oro“? Cosa ne pensi di questo romanzo giapponese che esplora bellezza, ossessione e atti drammatici come unica soluzione?
