TITOLO: La principessa d’argento (la saga dei Guggenheim)
AUTORE: Rebecca Godfrey con Leslie Jamison
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2025
CASA EDITRICE: Garzanti
GENERE: Romanzo
Tratto direttamente da “La principessa d’argento”:
Ho detto a Corso che l’amore è sempre la cosa più bella, anche quando è doloroso.
Poi ho riso, ricordando Madge. È un suicidio essere sentimentali.
RIASSUNTO DELLA TRAMA DI “LA PRINCIPESSA D’ARGENTO”
Diviso in tre parti, “La principessa d’argento” di Rebecca Godfrey racconta la vita della famiglia Guggenheim, e in particolare quella di Peggy, la figlia di mezzo.
Parte prima: l’infanzia e l’adolescenza di Peggy Guggenheim
Nella prima parte del romanzo iniziamo a conoscere i personaggi che accompagneranno Peggy per il resto della sua vita. L’autrice ci guida attraverso le complesse dinamiche familiari, narrando relazioni, affetti e tensioni tra parenti, amici e amanti, tutto filtrato dallo sguardo sensibile della protagonista.
Conosciamo così Benjamin, il padre, Florette Seligman, la madre, Benita, la sorella maggiore, e Hazel, la minore. Sullo sfondo di una New York in fermento, tra balli delle debuttanti e rituali dell’alta società, Peggy costruisce le sue prime amicizie e rinsalda il legame con Benita, più simile a una complice che a una sorella.
L’evento che cambia tutto è il naufragio del Titanic: Benjamin era infatti a bordo. La perdita del padre scuote profondamente Peggy, segnando l’inizio di un nuovo capitolo. L’adolescenza arriva con i suoi turbamenti, i primi amori e un crescente desiderio di emancipazione. Per sfuggire alla sua realtà dorata ma soffocante, Peggy si iscrive a un corso di dattilografia. Un giorno, dopo essere stata presa di mira dalle compagne, Harold, un cugino, la porta alla libreria Sunwise Turn, un luogo d’incontro per artisti e intellettuali. È qui che Peggy conoscerà Laurence, il suo futuro marito.
Riceve poi una lettera da Harold, mentre quest’ultimo si trova a Parigi. E proprio Parigi diventa la nuova destinazione di Peggy.
Parte seconda: Parigi, la prigione, il Sud della Francia, il divorzio
A Parigi, Peggy inizia a costruire la propria identità. Grazie al patrimonio familiare, diventa una mecenate e sostiene giovani artisti. Ma la sua vita privata è ben più complessa: Laurence si rivela geloso, impaziente e incline alla violenza, soprattutto quando lei si rifiuta di sostenerlo economicamente.
Dopo un arresto, Laurence viene liberato grazie a mazzette pagate da Peggy. Per tenerlo lontano dai guai, si trasferiscono nel Sud della Francia, dove acquistano una villa. Ma anche lontano da Parigi, il loro matrimonio continua a deteriorarsi. Peggy intreccia una relazione extraconiugale e, consapevoli che nulla può più essere salvato, i due decidono di separarsi.
Parte terza: Parigi, Londra, l’arte, Venezia
La terza parte è la più scorrevole e troviamo una protagonista molto diversa da quella incontrata finora. Peggy si muove tra Parigi, Londra e Venezia, dove infine deciderà di stabilirsi. In questa fase della sua vita emerge una nuova Peggy: determinata, lucida, consapevole del proprio ruolo nel mondo dell’arte.
Decisa a costruire qualcosa di duraturo, utilizza il denaro rimasto per acquistare opere e creare la propria galleria. C’è anche una nuova relazione sentimentale, ma stavolta non domina il suo cammino. Al centro ci sono la sua indipendenza, la sua visione e il desiderio (spesso combattuto da dubbi e insicurezze) di lasciare un segno.
COSA MI HA SPINTO A LEGGERE “LA PRINCIPESSA D’ARGENTO”?
Chi segue Gamobu lo sa: amo profondamente le saghe familiari. Ne ho già recensite diverse, tra cui “I leoni di Sicilia” di Stefania Auci, “Una casa di ferro e di vento” di Lorenzo Bonini e Paolo Valsecchi, o ancora “Il cognome delle donne” di Aurora Tamigio. Sono romanzi che molto spesso intrecciano storie vere con eventi storici, e che sanno dare voce a più generazioni di personaggi.
Quando ho visto in uscita ad aprile “La principessa d’argento. La saga dei Guggenheim”, non ho avuto dubbi: doveva essere mio. Il nome Guggenheim è sinonimo di arte, e la curiosità di conoscere più a fondo la storia di questa famiglia mi ha spinto subito all’acquisto.
Era uno di quei libri che ho portato con me dall’Italia, durante la pausa pasquale — insieme a “Vanishing World” di Murata Sayaka.
COSA MI È PIACIUTO E COSA NON MI È PIACIUTO
Un inizio lento e difficile da digerire
Devo essere onesto: la prima parte del libro non mi ha conquistato. Faticavo a entrare nella narrazione, forse a causa dell’alto numero di nomi, luoghi e dettagli introdotti in rapida successione, o forse per uno stile che inizialmente ho trovato un po’ macchinoso. Eppure, a partire dalla seconda parte, e ancora di più nella terza, la scrittura diventa più fluida, avvincente, capace di catturare. Ho divorato quasi 200 pagine in meno di un weekend.
C’è una spiegazione concreta dietro a questo cambio di stile: Rebecca Godfrey, l’autrice, è venuta a mancare prima di completare l’opera. A portare a termine il libro è stata Leslie Jamison, giornalista e amica della Godfrey. Come spiegato nelle note finali, la prima parte è stata scritta interamente da Godfrey, mentre la seconda è stata ricostruita sulla base delle sue bozze e la terza scritta direttamente dalla Jamison.
Una ricerca accuratissima sulla famiglia Guggenheim
Nonostante la scrittura non sempre uniforme, il lavoro di ricerca fatto da Godfrey è impressionante. Ha dedicato dieci anni alla raccolta di fonti: libri, racconti, documenti storici e testimonianze. Questo si riflette chiaramente nel testo, ricco di dettagli che danno profondità alle vicende della famiglia Guggenheim, ai loro legami, agli eventi (spesso tragici) che li hanno segnati. È un’opera che trasuda dedizione e passione, e solo per questo merita di essere letta.

Peggy Guggenheim: tra fragilità e forza
Al centro del libro c’è lei: Peggy. Una figura complessa, contraddittoria, spesso sola. Fin dalle prime pagine emerge un trauma di fondo che la blocca nelle sue decisioni e la rende vulnerabile, soprattutto nella relazione con Laurence, un uomo che inizialmente sembra rappresentare una via di fuga, ma che si rivelerà essere una presenza tossica e violenta. Ci sono episodi scioccanti di abusi, spesso legati al rifiuto di Peggy di esaudire i suoi capricci economici: dal chiamare un taxi al voler acquistare un orologio.
Peggy resta intrappolata in questa relazione per anni, ma intorno al 1937, alle soglie dei quarant’anni, sembra finalmente trovare la forza di affermarsi. È in quel momento che prende decisioni più mature, si emancipa e inizia davvero a fiorire.
Un commento che lascia l’amaro in bocca
C’è stato un passaggio che mi ha lasciato perplesso. Siamo nel 1923, Peggy è ancora legata a Laurence e, parlando della sorella Benita — che ha subito diversi aborti — afferma di invidiarla perché “non conoscerà mai la paura di spingere una carrozzina su una strada accidentata di Parigi”. È un commento che ho trovato fuori luogo, quasi crudele. Capisco il contesto di sofferenza in cui si trovava, ma ho percepito una mancanza di tatto e sensibilità che mi ha fatto riflettere sull’influenza negativa di Laurence e, forse, su una certa immaturità emotiva di Peggy in quella fase della sua vita.
La vera eredità di Peggy Guggenheim
Nonostante tutto, è impossibile non ammirare Peggy per ciò che ha fatto per l’arte moderna. Durante la Seconda Guerra Mondiale ha salvato opere importantissime, ha aperto gallerie a Londra e poi altrove, ha promosso artisti visionari e dato spazio all’innovazione.
Eppure, anche in questa fase di affermazione, la sua famiglia cerca di ostacolarla. Quando tenta di vendere un’opera di Kandinskij al museo dello zio Solomon, le viene scritto che è di cattivo gusto usare un nome associato alla grande arte per fini personali. Ma non è questo il punto. La famiglia non teme che Peggy rovini il nome, ma che sia proprio lei a renderlo celebre nel mondo dell’arte.
E così è stato. Con fatica, con dolore, ma anche con coraggio. Peggy Guggenheim ha lasciato un’impronta indelebile. E “La principessa d’argento” è un omaggio ricco, imperfetto ma necessario, alla sua figura.
A CHI RACCOMANDO “LA PRINCIPESSA D’ARGENTO”?
Se amate le biografie profonde, le saghe familiari complesse e le storie che intrecciano arte, dolore e rinascita, “La principessa d’argento” è un libro che dovreste assolutamente leggere.
È un’opera ricchissima, che vi porterà nei meandri più intimi della vita di Peggy Guggenheim: i suoi amori, le sue fragilità, i traumi mai del tutto superati, ma anche la sua passione incrollabile per l’arte e il suo coraggio nel rompere gli schemi di un’epoca. La narrazione si apre in modo forse un po’ lento, ma se superate le prime pagine dense di nomi e informazioni vi troverete coinvolti in un viaggio affascinante e sorprendente, pieno di sfumature e colpi di scena.
È un libro che consiglio a chi è curioso di conoscere la donna che, con le sue gallerie e la sua visione, ha cambiato per sempre il destino dell’arte moderna.
Peggy Guggenheim non è stata solo un’ereditiera: è stata una pioniera. E questa storia, raccontata con intensità e accuratezza, merita davvero di essere letta.
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