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Recensioni

Recensione di “La stanza di Giovanni” di James Baldwin

Andrea BettoncelliBy Andrea Bettoncelli29 Agosto 2026Nessun commento13 Mins Read
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Immagini di copertina articoli Gamobu - La stanza di Giovanni di James Baldwin
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TITOLO: La stanza di Giovanni
AUTORE: James Baldwin
TRADUTTORE: Alessandro Clericuzio
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 1956 (questa edizione italiana è del 2024)
CASA EDITRICE: Fandango Libri
PAGINE: 228
GENERE: Romanzo
DISPONIBILE SU: Amazon | Feltrinelli

RIASSUNTO DELLA TRAMA DI “LA STANZA DI GIOVANNI”

“La stanza di Giovanni” racconta la storia di David, un giovane americano che vive a Parigi e che, alla vigilia del proprio matrimonio con Hella, ripercorre una relazione destinata a cambiare profondamente la sua vita.

Durante un periodo di solitudine e incertezza, David conosce Giovanni, un giovane italiano che lavora come barista in un locale frequentato da uomini omosessuali. Tra i due nasce rapidamente una relazione intensa e David finisce per trasferirsi nella piccola stanza parigina di Giovanni.

Ma proprio quando la loro storia sembra offrire a David la possibilità di affrontare una parte di sé che ha sempre cercato di nascondere, la paura prende il sopravvento. Incapace di accettare fino in fondo i propri sentimenti e terrorizzato dall’idea di rinunciare alla vita che immagina per sé, David si allontana da Giovanni.

Le conseguenze di questa scelta, però, saranno tragiche. Attraverso il ricordo di quella relazione, Baldwin racconta una storia d’amore segnata dal desiderio, dalla vergogna e dall’impossibilità di essere davvero sinceri con sé stessi.

COSA MI HA SPINTO A LEGGERE “LA STANZA DI GIOVANNI“?

In vista di un viaggio a Parigi proprio nella giornata in cui esce questa recensione, ho pensato di leggere un libro che parlasse della capitale francese. Dopo qualche ricerca, ho optato per un romanzo che prometteva però di mostrarmi una città più underground e meno glamour rispetto a quella che siamo abituati a immaginare.

“La stanza di Giovanni” mi era stato consigliato qualche tempo fa da una collega, che me ne aveva parlato con grande trasporto, ammettendo anche di essersi commossa alla fine della lettura. Era poi uno di quei libri in cui continuavo a imbattermi ogni volta che entravo in libreria e, trattandosi di uno dei classici della letteratura del Novecento, mi sembrava quasi che tutto mi stesse spingendo verso questa lettura.

A quel punto, forse, non mi restava che capire se la Parigi di James Baldwin avrebbe lasciato il segno anche su di me.

LA RECENSIONE DI “LA STANZA DI GIOVANNI“

James Baldwin e l’arte di confondere le acque

Prima ancora di parlare di David e della sua relazione con Giovanni, credo sia importante fermarsi un attimo su una domanda: perché James Baldwin, uno dei più importanti scrittori afroamericani del Novecento, ha scelto di raccontare una storia ambientata a Parigi e popolata quasi esclusivamente da personaggi bianchi?

“La stanza di Giovanni” uscì nel 1956, in un momento in cui Baldwin era già stato riconosciuto come una delle voci più interessanti della letteratura afroamericana grazie a “Gridalo forte”. Molti lettori avevano quindi associato il suo nome a una precisa esperienza culturale e politica: quella di un autore nero americano capace di raccontare le tensioni della propria comunità e il peso del razzismo negli Stati Uniti. Il suo secondo romanzo rappresentava, almeno in apparenza, una rottura totale.

Il protagonista di “La stanza di Giovanni”, David, è infatti un giovane americano bianco. Il romanzo non affronta direttamente la questione razziale e si concentra invece su un altro tipo di identità marginalizzata: quella sessuale. Una scelta che, all’epoca, non passò inosservata e che contribuì a rendere il libro un’opera particolarmente controversa.

Baldwin stesso si trovò davanti a un problema non soltanto letterario, ma anche editoriale. Il manoscritto venne inizialmente accolto con grande cautela e la sua pubblicazione non fu affatto scontata. Raccontare apertamente una relazione tra due uomini era già di per sé una scelta coraggiosa negli anni Cinquanta, farlo attraverso un romanzo in cui la sessualità non era un elemento marginale, ma il vero centro della storia, lo era ancora di più.

Ma c’era anche un’altra questione. Per alcuni lettori, Baldwin sembrava essersi allontanato proprio dall’identità che lo aveva reso una voce così importante. In un’epoca in cui la rappresentazione degli afroamericani nella letteratura era ancora limitata e spesso filtrata dallo sguardo bianco, vedere uno dei più interessanti scrittori neri del proprio tempo scegliere un protagonista bianco poteva sembrare quasi una rinuncia a uno spazio conquistato con grande difficoltà.

Eppure, credo che Baldwin non stesse abbandonando il tema dell’identità: stava rifiutando l’idea che un’identità potesse essere raccontata una “categoria” alla volta. La razza, la sessualità, la mascolinità, il desiderio e il senso di appartenenza attraversavano la sua esperienza personale e la sua scrittura in modi impossibili da separare completamente. Scegliendo David come protagonista, Baldwin costruisce così una storia apparentemente distante dalla propria biografia, ma capace di chiedere ai propri lettori cosa succede quando il mondo ti insegna che una parte fondamentale di ciò che sei dovrebbe rimanere nascosta.

David è un uomo bianco e privilegiato sotto molti aspetti, ma vive comunque una profonda paura di essere visto per ciò che desidera davvero. E per capire fino in fondo questa contraddizione, dobbiamo partire proprio da lui.

Con le sue 228 pagine, “La stanza di Giovanni” è un romanzo che si legge tutto d’un fiato. Se questo genere di libri ti interessa, scopri 10 libri da leggere in un weekend.

David e l’arte di vivere nella menzogna (SPOILER)

David racconta la propria storia in prima persona, guardando indietro a eventi che sappiamo già essere destinati a finire male. Eppure, più parla di sé, meno sembra disposto a lasciarsi conoscere davvero. È come se anche il suo racconto fosse un’altra delle tante maschere dietro cui cerca di nascondersi.

David mente agli altri, naturalmente. A Hella, alla famiglia, a Giovanni. Ma soprattutto mente a sé stesso.

La sua esistenza sembra costruita attorno a un’idea molto precisa di ciò che dovrebbe essere. Vuole essere un uomo “normale”, rispettabile, desiderabile. Vuole una moglie, una casa e una vita che nessuno possa guardare con sospetto. E quando qualcosa rischia di mettere in discussione questa immagine (in particolare il suo desiderio per gli uomini) la sua prima reazione non è affrontarlo, ma cercare di spingerlo fuori dalla propria identità.

David non si chiede semplicemente chi ama, ma piuttosto cosa quella persona dice di lui. La sua tragedia nasce proprio qui, perché il desiderio non è qualcosa che David possa semplicemente ignorare. La relazione con Giovanni gli offre, forse per la prima volta, la possibilità di vivere apertamente una parte di sé che ha sempre cercato di confinare nell’ombra. Eppure David invece di sentirsi liberato, prova paura. E la stanza di Giovanni diventa così il luogo in cui non può più mentire.

Forse è questo il motivo per cui la relazione comincia a soffocarlo. Essere accanto a Giovanni significa infatti essere costretto a vedere una versione di sé che non riesce ad accettare.

Questa è anche la ragione per cui David è un protagonista così frustrante. Per gran parte del romanzo avrei voluto urlargli cosa fare: sii sincere, smetti di tenere aperte tute le porte. Scegli… Ma David sembra incapace di farlo.

Vuole Giovanni senza rinunciare a Hella. Vuole l’intensità del desiderio senza accettarne le conseguenze. È un uomo che desidera la verità, purché non sia costretto a viverla.

Seguendo David mi sono venuti in mente due altri grandi personaggi letterari: il primo è Tom Ripley, apparso per la prima volta ne “Il talento di Mr. Ripley” di Patricia Highsmith. Non perché David abbia la freddezza o la capacità manipolatoria del protagonista della Highsmith, e tantomeno perché la sua storia prenda la stessa direzione, ma perché entrambi vivono in un rapporto profondamente instabile con la propria identità. Anche Ripley guarda gli altri e immagina vite in cui potrebbe nascondersi, trasformando l’identità in qualcosa da indossare e abbandonare. David cerca di proteggere l’immagine che ha costruito di sé, più finisce per distruggere le persone che gli stanno intorno.

Il secondo è il protagonista di “Queer” di William S. Burroughs. In entrambi i romanzi il desiderio non viene raccontato come una semplice liberazione, ma come qualcosa di inseparabile dalla paura, dalla vergogna e dall’autodistruzione. La differenza è che, dove Burroughs costruisce un protagonista che sembra spesso trascinato dai propri impulsi, David cerca continuamente di controllare il modo in cui viene visto.

La maschera che indossiamo per essere accettati può diventare, col tempo, impossibile da togliere. È un tema che ritorna in modo ancora più estremo anche in “Lo squalificato” di Osamu Dazai, dove Yōzō trasforma la recitazione della propria vita in una vera e propria prigione.

Immagini Gamobu negli articoli - La stanza di Giovanni di James Baldwin

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Giovanni e una storia d’amore destinata a finire

Se David è il personaggio che racconta la storia, Giovanni mi è sembrato spesso il vero protagonista.

È una differenza fondamentale. David osserva continuamente sé stesso: analizza le proprie reazioni, cerca di capire cosa significhino i suoi desideri, si preoccupa dell’immagine che offre agli altri. Giovanni, al contrario, appare molto più diretto: ama, desidera, soffre e chiede a David qualcosa di semplice, ma che per lui si rivelerà quasi impossibile da offrire: essere presente.

Tra i due nasce una relazione intensa, costruita in pochissimo tempo e vissuta quasi interamente nello spazio ristretto della stanza che dà il titolo al romanzo. Baldwin riesce a raccontare benissimo quella fase iniziale in cui due persone sembrano creare un piccolo mondo separato dal resto della realtà. Per un periodo, tutto ciò che esiste sembra essere contenuto tra quelle quattro mura. Purtroppo, questo idillio non è destinato a durare.

Giovanni chiede alla relazione di diventare qualcosa di concreto. Non vuole essere un episodio, una parentesi da chiudere prima di tornare alla vita di sempre. David, invece, continua a vivere il loro rapporto come se dovesse necessariamente avere una data di scadenza. Questa differenza diventa progressivamente impossibile da ignorare.

Anche quando David è accanto a Giovanni, sembra che una parte di lui stia già cercando una via d’uscita. Il suo desiderio è reale, ma lo è anche la sua paura. Più la relazione diventa importante, più cresce la necessità di proteggere quella versione di sé che, fuori dalla stanza, vorrebbe continuare a presentare al mondo. Se per David amare Giovanni significa finalmente avvicinarsi a ciò che desidera, per Giovanni significa chiedere a David di smettere di fuggire. 

Quello che rende “La stanza di Giovanni” una storia d’amore così tragica è proprio il fatto che, almeno per gran parte del romanzo, il lettore riesce a intravedere una possibilità. Non siamo davanti a due persone che non dovrebbero stare insieme, né a un sentimento che nasce da un’illusione. Il loro legame potrebbe forse trasformarsi in qualcosa di autentico. Ma non è quello che Baldwin vuole comunicarci: l’amore può mostrarci chi siamo, ma non può costringerci ad accettarlo. David non perde Giovanni perché smette di amarlo: lo perde perché non trova mai il coraggio di amarlo senza tenere pronta una via di fuga.

Anche Yukio Mishima ha raccontato personaggi incapaci di afferrare la felicità proprio quando sembra essere più vicina. Ne parliamo nella nostra recensione di “Neve di primavera”, una grande storia d’amore in cui il desiderio di possedere ciò che si ama finisce per trasformarsi, inevitabilmente, in perdita.

La stanza come rifugio e prigione

A un certo punto, “La stanza di Giovanni” smette di essere soltanto la storia di David e Giovanni e diventa anche la storia di un luogo. La stanza in cui i due vivono è piccola e soffocante, lontanissima dall’immagine romantica di Parigi che spesso troviamo nella letteratura. Eppure è proprio tra quelle quattro mura che la loro relazione può esistere davvero. Per Giovanni, quella stanza rappresenta una casa: è il luogo in cui può immaginare, almeno temporaneamente, una vita insieme a David. Per David, invece, il suo significato è molto più ambiguo.

All’inizio è un rifugio. Lì dentro può vivere una parte di sé che, nel mondo esterno, cerca costantemente di nascondere. Non deve interpretare il ruolo del giovane americano rispettabile, del futuro marito o dell’uomo che gli altri si aspettano che sia. Nella stanza di Giovanni, David è più vicino che mai alla possibilità di essere sé stesso.

Più tempo trascorre lì tuttavia, più David sembra sentirsi soffocare. Non è soltanto una questione di spazio: quella stanza gli restituisce continuamente un’immagine di sé che non riesce ad accettare. Fuori può ancora scegliere quale ruolo interpretare. Dentro, invece, la recita diventa molto più difficile. La stanza non imprigiona David perché gli impedisce di uscire: lo imprigiona perché, per la prima volta, non gli permette di nascondersi.

Baldwin costruisce così un paradosso profondamente doloroso: l’unico luogo in cui David potrebbe sentirsi davvero libero è lo stesso che lui percepisce come una prigione.

Fuori dalla stanza esiste una forma di libertà diversa. David può tornare da Hella e immaginare un futuro ordinato, rispettabile e socialmente accettabile. Ma questa libertà ha un prezzo: per ottenerla, deve continuare a fuggire da una parte fondamentale di sé.

La stanza diventa quindi anche una sorta di specchio. E come spesso accade con gli specchi, David non fugge perché ciò che vede sia falso. Fugge perché, almeno in parte, è troppo vero.

Da Dazai a Kafka, passando per Dostoevskij, abbiamo incontrato diversi protagonisti incapaci di trovare il proprio posto nel mondo. David appartiene a questa stessa famiglia letteraria, ma la sua fuga ha una forma forse ancora più dolorosa: non cerca di scappare dal mondo, ma da una parte fondamentale di sé.

A CHI CONSIGLIO “LA STANZA DI GIOVANNI”?

Consiglierei “La stanza di Giovanni” a chi ama le storie d’amore tragiche e i romanzi in cui il vero conflitto non nasce da ciò che accade all’esterno, ma da ciò che i personaggi non riescono ad ammettere a sé stessi.

È una lettura particolarmente adatta a chi cerca romanzi psicologici, introspettivi e ricchi di tensione emotiva. Baldwin non costruisce una storia basata sui grandi colpi di scena, ma accompagna il lettore dentro la mente di un protagonista sfuggente e spesso frustrante, lasciandoci assistere alle conseguenze delle sue paure e delle sue esitazioni.

Lo consiglierei soprattutto a chi è interessato ai temi dell’identità, del desiderio, della vergogna e della difficoltà di scegliere chi essere. E naturalmente a chi ama i grandi classici che riescono a parlare del proprio tempo, ma che continuano a risultare sorprendentemente attuali anche decenni dopo la loro pubblicazione.

Potrebbe piacere anche a chi ha apprezzato romanzi come “Queer”, “Lo squalificato” o “Le notti bianche”, pur affrontando temi e atmosfere molto diverse. In tutti questi libri, infatti, troviamo personaggi che faticano a trovare il proprio posto nel mondo e che finiscono per trasformare questa difficoltà in una forma di isolamento.

Lo consiglierei invece meno a chi cerca una storia d’amore rassicurante o una lettura particolarmente leggera. “La stanza di Giovanni” è breve e relativamente accessibile, ma non è un romanzo consolatorio: è una storia dolorosa, a tratti soffocante, che lascia al lettore più domande che risposte.

Se però amate i romanzi capaci di raccontare la tragedia non attraverso eventi eccezionali, ma attraverso le piccole menzogne e le scelte che rimandiamo ogni giorno, “La stanza di Giovanni” è un libro che merita assolutamente di essere letto.


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Co-fondatore e caporedattore del sito, Andrea è laureato in Lingue e Istituzioni Economiche e Giuridiche dell'Asia Orientale presso l'Università Ca' Foscari di Venezia, con un Master in Publishing ottenuto presso la London City University. Da 10 anni vive e lavora a Londra. La sua passione per le lingue e l'editoria è il motore dietro al suo contributo per Gamobu.

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