TITOLO: L’amore mio non muore
AUTORE: Roberto Saviano
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2025
CASA EDITRICE: Einaudi
GENERE: Romanzo
Direttamente da “L’amore mio non muore”:
Perché con te è come con queste lacrime, – le sfiora il volto con la punta delle dita. – Io non ho mai compreso dove finisci e tu e inizia il mondo.
RIASSUNTO DELLA TRAMA DI “L’AMORE MIO NON MUORE”
Rossella Casini ha poco più di vent’anni, è di Firenze, ha un padre e una madre affettuosi che non le fanno mancare nulla. La sua è un’esistenza tranquilla, anche se siamo nell’Italia del ’77, le piazze sono animate dalle contestazioni politiche, nelle strade si riversano rabbia, violenza, molta eroina. Ad agitare la vita di Rossella, da un giorno all’altro, ci pensa Francesco: lui è uno studente calabrese fuori sede. Il sentimento che nasce fra loro è qualcosa che nessuno dei due aveva mai provato. Trascorsi i primi mesi spensierati, Rossella scopre che la famiglia di Francesco è legata a una potente ’ndrina della Piana di Gioia Tauro.
Durante una vacanza a Palmi, dove ha portato anche i genitori, assiste allo scoppio di una faida: un vortice di violenza che travolge tutto e tutti, dal quale Rossella sceglie di non scappare, almeno non senza Francesco. È convinta che il loro amore sia così potente da fermare la mattanza. Che sia il lievito necessario per cambiare il corso delle cose.
Il 22 febbraio 1981 Rossella Casini sparisce misteriosamente dopo aver annunciato il proprio rientro a casa. Nessuno la rivedrà più. Sebbene il corpo non sia stato ritrovato, è riconosciuta dallo Stato come vittima di ’ndrangheta. Roberto Saviano ha scritto il romanzo della sua storia, un’avventura umana che strazia, ricolma d’amore, di violenza e di coraggio.
COSA MI HA SPINTO A LEGGERE “L’AMORE MIO NON MUORE“?
Durante un mio recente viaggio in Italia ho composto una sorta di trilogia romana: dalla splendida Feltrinelli di Largo Torre Argentina a Roma sono uscito con tre titoli sotto braccio: “Di madre in figlia” di Concita De Gregorio, “Il mio nome è Emilia del Valle” di Isabel Allende, e infine “L’amore mio non muore” di Roberto Saviano.
Ho lasciato Saviano per ultimo. Forse perché era il più corposo dei tre, forse perché mi aspettavo una lettura più intensa, che avrebbe richiesto il momento giusto. Nei giorni in cui ero in Italia, il nome di Saviano era ovunque. Non tanto per il libro, quanto per le polemiche che — come spesso accade — accompagnano la sua figura pubblica.
E allora mi sono chiesto: questo libro è in cima alle classifiche per il rumore attorno al suo autore, o è proprio il libro a meritare tutta questa attenzione?
Con questa domanda in testa — e con ancora addosso l’eco delle emozioni lasciate dagli altri due libri — ho aperto anche questo terzo volume della mia piccola trilogia romana.
RECENSIONE DI “L’AMORE MIO NON MUORE“
“L’amore mio non muore” è un libro che mi ha sorpreso. Quando penso a Roberto Saviano, mi vengono in mente inchieste, cronaca, denuncia. Invece, tra le mani mi sono ritrovato un romanzo personale, stilizzato, narrativo. La prosa è più letteraria, i protagonisti sono fortemente interiorizzati. La cronaca resta comunque al centro: i fatti narrati sono, purtroppo, ispirati a una tragica storia vera. Ne ho approcciato la lettura senza saperne nulla, e voltata l’ultima pagina mi sono rigettato su internet per capirne di più — anche alla luce del finale (necessariamente) lasciato aperto.
Avevo scelto di tenerlo per ultimo nella mia “trilogia romana”, dopo aver letto i bellissimi romanzi di Concita De Gregorio e Isabel Allende. Forse proprio perché mi aspettavo qualcosa di più faticoso, di più pesante. In realtà, ho trovato qualcosa di diverso: più letterario, più emozionale. E per certi versi più struggente.
Cronaca e tragedia
Saviano non parte dalla fantasia o dalla mitologia, come fanno altri autori: lui parte dalla realtà, dalla Storia. Ma la realtà raramente si presenta nella sua interezza – se non a chi l’ha vissuta. In questo libro, pieno di domande senza risposta, Saviano cerca di immaginare ciò che non è stato raccontato, colmando i vuoti con empatia, ragione e immaginazione.
Eppure, pur parlando di realtà, il libro ha i tratti cupi e ineluttabili delle grandi tragedie. Come nei drammi shakespeariani, aleggia un senso di fatalità: mano a mano che la lettura procede, l’angoscia cresce. I personaggi si rivelano instabili, ambigui, imprevedibili. Alcuni, inizialmente empatici, diventano inquietanti. Altri, al contrario, svelano ferite che ce li rendono umani.

Il cuore del libro: amore, dipendenza, identità
L’amore raccontato tra Rossella e Francesco è febbrile, viscerale, autodistruttivo. Un amore che, invece di salvare, consuma. È tragico perché, anche nei momenti più fragili, i protagonisti decidono di insistere. Proprio il titolo ci ricorda quanto l’amore non sia un interruttore: non si può spegnere a comando.
Come accade in “Follia” di Patrick McGrath, l’amore qui è una dipendenza che, per chi la vive, ha senso. Ma che non porta alla salvezza: porta alla rovina.
Saviano narra questa storia con la rabbia di chi conosce il dolore. Come un coro tragico, osserva e racconta, impotente. Le sue pagine trasudano frustrazione per un mondo violento, in cui l’amore viene inghiottito dalla logica della sopraffazione. I suoi protagonisti – consapevoli o no – finiscono trascinati in una spirale che travolge innocenti e colpevoli.
In un passaggio, Rossella parla degli uomini che, quando vengono toccati nella loro identità profonda, smettono di ascoltare la ragione. È in questi momenti che il romanzo svela la sua forza. Perché in questo dramma shakespeariano in chiave moderna, la storia d’amore si trasforma presto in qualcosa di diverso. Il dramma, più che degli amanti, è di Rossella. Quello che lei è disposta a fare per amore è diametralmente opposto a quello che invece Francesco sceglie di fare.
Il libro diventa così una riflessione su cosa significhi famiglia. C’è quella che ci costruiamo, quella basata sui sentimenti reciproci; c’è quella dei legami di sangue; e poi c’è quella che è quasi una trappola sociale — costruita su aspettative, doveri, e una violenza non sempre esplicita ma sempre presente.
Cosa mi ha convinto meno
Ci sono parti che non mi hanno necessariamente fatto impazzire. Soprattutto all’inizio, c’è una ricerca del dettaglio che ho trovato un po’ eccessiva. Saviano descrive le strade e i palazzi con una dovizia che a tratti mi ha ricordato più Google Maps che un romanzo. Capisco ci fosse l’intenzione di attenersi ai fatti storici, di restituire autenticità. Ma non essendo di Firenze, le descrizioni precise del percorso da punto A a punto B non mi hanno detto molto… anche se immagino che un lettore fiorentino possa invece apprezzarle molto di più.
È un dettaglio minore, però, in un libro che riesce comunque a toccare corde profonde, e che soprattutto, riesce a raccontare una storia tragica senza mai renderla pornografica o sensazionalistica. C’è dolore, ma anche lucidità. E in filigrana, la voce di un autore che, anche nella finzione, continua a combattere la sua battaglia personale.
A CHI RACCOMANDO “L’AMORE MIO NON MUORE“?
Consiglierei “L’amore mio non muore” a chi ama i romanzi intensi, tragici, ma mai melodrammatici. A chi cerca nella narrativa non tanto una fuga dalla realtà quanto un modo per entrarci ancora più a fondo. È un libro che piacerà a chi apprezza i romanzi che raccontano sentimenti estremi e ambigui, con personaggi complessi e contraddittori.
Lo suggerirei anche a chi ha seguito il percorso di Saviano come giornalista e intellettuale: questo romanzo mostra un lato più vulnerabile, quasi spiazzante, ma perfettamente coerente con il suo sguardo sul mondo.
Infine, lo troverà interessante chi si interroga su dinamiche familiari tossiche, dipendenze affettive, e su quanto la Storia (quella vera) possa influenzare il destino personale.
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