TITOLO: L’impossibile ritorno
AUTORE: Amélie Nothomb
TRADUTTRICE: Federica Di Lella
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2025
CASA EDITRICE: Voland
GENERE: Romanzo
Tratto direttamente da “L’impossibile ritorno”:
Il Giappone è il mio primo fallimento amoroso e ogni volta che ci torno rivivo quel colpo di fulmine e la constatazione che non ci riesco.
RIASSUNTO DELLA TRAMA DI “L’IMPOSSIBILE RITORNO”
Amélie torna in Giappone.
A offrirle questa possibilità è l’amica fotografa Pep Beni, vincitrice di un prestigioso premio che includeva un volo intercontinentale per due persone, e che decide di portare con sé proprio Amélie. Un gesto d’affetto che, però, la scrittrice vive con forte tensione: nonostante una vita segnata dai continui spostamenti dovuti alla carriera diplomatica dei genitori, Amélie non ha mai sviluppato una reale dimestichezza con il viaggio. Anzi, per lei ogni partenza è fonte di ansia e turbamento.
Alla fine, cede. Nel maggio del 2023 ritorna in Giappone per dieci giorni. Il viaggio diventa un ritorno al passato: alla figura del padre — morto nel 2020 a causa del Covid — e a quella terra che entrambi hanno amato profondamente. È una nostalgia a doppio filo: del padre, del paese, e persino del presente che sta vivendo e che sa di dover presto lasciare.
Con la sua inconfondibile delicatezza, Nothomb intreccia i temi del fallimento, della perdita e della memoria in un romanzo intimo, dove la nostalgia diventa un modo per continuare ad amare ciò che non c’è più.
COSA MI HA SPINTO A LEGGERE “L’IMPOSSIBILE RITORNO”?
Amélie Nothomb ha una scrittura magnetica. In poche pagine — spesso meno di 120 — riesce a condensare emozioni, riflessioni e frammenti di vita che parlano a tutti noi.
Ho scelto “L’impossibile ritorno” perché lo percepivo come il punto di incontro ideale tra due sue opere che ho già letto ed amato: “Stupore e tremori”, dove racconta la sua esperienza lavorativa in Giappone, e “Primo sangue”, dedicato al padre. In questo nuovo romanzo, le due dimensioni — quella geografica e quella affettiva — finalmente si incontrano.
Ringrazio di cuore Milena e tutta la redazione di Voland per la copia gratuita del libro, che mi ha regalato un’altra pausa di lettura intensa e preziosa.
LA RECENSIONE DI “L’IMPOSSIBILE RITORNO“
Il trauma del viaggio e il ritorno alle origini
Il romanzo si apre con la descrizione di un trauma: quello del viaggio. Per Amélie, figlia di diplomatici, lo spostamento non è mai stato sinonimo di scoperta ma di smarrimento. Ogni partenza è una prova, ogni arrivo un ricordo doloroso. Eppure accetta l’invito di Pep e torna nel luogo del suo “primo fallimento amoroso”: il Giappone.
Quel paese, che un tempo sognava di chiamare casa, è ora lo specchio di ciò che non è stato. Lì dove la carriera e la vita hanno preso altre strade, si riflette il tema centrale del romanzo: il ritorno come impossibilità e come nostalgia.
La lingua come memoria e identità
Uno dei passaggi più belli e simbolici del libro riguarda la lingua. Amélie parla del giapponese come di una lingua dimenticata che riaffiora solo quando torna sul suolo nipponico. Lo descrive con una metafora splendida: il giapponese è come la marea — quando è alta, la lingua è presente; quando si allontana dal Giappone, si ritira e svanisce.
È un’immagine potente e tenera, che racchiude l’essenza della sua scrittura: semplice, ma carica di significato. E questa riflessione ritorna in una delle scene più ironiche e memorabili del romanzo, ambientata in una locanda di Kyoto. Di notte, Pep si lamenta per dei rumori molesti e costringe Amélie a intercedere con il proprietario. Il risultato è una delle scene più divertenti che abbia letto di recente: tra incomprensioni linguistiche, furie trattenute e diplomazie maldestre, Nothomb costruisce un piccolo capolavoro di comicità culturale.

Questa scena, come molte altre, mostra come la lingua possa essere ponte e barriera allo stesso tempo, uno strumento di identità ma anche di distanza. Per Amélie, il giapponese rappresenta l’infanzia e il legame con il padre — una lingua che non parla più fluentemente, ma che conserva come un ricordo affettivo, quasi un’eredità. È proprio qui che ho sentito un’eco di “Una stanza per Momoko”: anche in quel romanzo la lingua diventa un ponte fragile tra identità e desiderio di adattamento. Come Momoko, anche Amélie vive il linguaggio come uno specchio di sé, un modo per ritrovare o reinventare la propria voce in contesti diversi.
Il legame col padre e la nostalgia del presente
Il rapporto col padre è un altro dei fili portanti del romanzo. Non è un legame semplice né lineare, ma profondamente umano. Rivisitando i luoghi condivisi con lui, Amélie ripercorre la sua giovinezza (un viaggio in particolare nell’estate del 1989) e gli equilibri fragili tra distanza e affetto. Kyoto diventa allora una città della memoria, un luogo del cuore e del rammarico.
C’è una dolcezza struggente in questo viaggio: l’autrice osserva il passato da lontano, con la consapevolezza di chi sa che il tempo non concede repliche. La nostalgia che prova non è solo verso ciò che è stato, ma anche verso ciò che sta vivendo — quella malinconia del presente che solo chi ama profondamente può comprendere. Una nostalgia che punge dritto al cuore.
A CHI CONSIGLIO “L’IMPOSSIBILE RITORNO”?
Per chi ama Amélie Nothomb, questo romanzo è imprescindibile. Ritroviamo la sua voce inconfondibile, capace di trasformare esperienze personali in riflessioni universali. “L’impossibile ritorno” parla di nostalgia, perdita, legami familiari e identità: temi che ci toccano, anche se in forme diverse, tutti.
Non lo consiglierei come primo approccio all’autrice: è un libro che acquista forza se letto dopo “Stupore e tremori” e “Primo sangue”, quasi fosse un terzo capitolo ideale. Ma è certamente una tappa essenziale per comprendere appieno il suo mondo narrativo.
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