TITOLO: Una stanza per Momoko
AUTORE: Chisako Wakatake
TRADUTTRICE: Gaia Cangioli
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2025 (2017 in Giappone)
CASA EDITRICE: Piemme
VINCITORE: Premio Akutagawa
PAGINE: 144
GENERE: Romanzo
Tratto direttamente da “Una stanza per Momoko”:
Se c’è qualcosa che vogliamo fare, non ci dobbiamo rinunciare. È semplice. Non dobbiamo riversare sui figli le nostre ambizioni. Non dobbiamo servirci di loro e incatenarli in nome delle nostre aspettative.
RIASSUNTO DELLA TRAMA DI “UNA STANZA PER MOMOKO”
Momoko è una donna che ha conosciuto una vita intensa, segnata da desideri di riscatto e fragilità silenziose. A vent’anni lascia la sua città natale, ai piedi del monte Hakkaku, per inseguire un sogno a Tokyo: arricchirsi e costruire un futuro che sappia restituirle un senso di pienezza. Sale su un treno notturno con la speranza di reinventarsi, ma la capitale non è tenera con chi arriva dalla provincia. Un dettaglio apparentemente banale — il modo in cui parla, che la distingue dagli altri — incrina le sue certezze e la spinge a ripiegarsi dentro se stessa.
Con il tempo, l’entusiasmo si affievolisce, la voglia di costruire e abbellire la sua stanza svanisce, lasciandole addosso solo un desiderio di sparire. Finché un incontro inatteso, quello con un commensale nel ristorante in cui lavora, cambia la traiettoria della sua vita. Lui porta con sé un’altra ricerca, quella di un figlio in cerca dell’approvazione paterna. Tra i due nasce un amore che diventa presto famiglia, casa, quotidianità: i sogni di Momoko si trasformano, sostituiti da una diversa idea di felicità.
Ma gli anni passano, e un giorno la casa che un tempo vibrava di voci e calore familiare resta in silenzio. È allora che le voci interiori tornano a farsi sentire: ricordi, rimpianti, interrogativi. Momoko si ritrova di fronte al tempo che scorre, alla vecchiaia, alla solitudine. E soprattutto a una domanda che attraversa ogni pagina del romanzo: possiamo davvero essere felici e trovare, fino in fondo, il nostro posto nel mondo?
COSA MI HA SPINTO A LEGGERE “UNA STANZA PER MOMOKO”?
Quando Francesca della casa editrice Piemme mi ha proposto “Una stanza per Momoko”, ho capito subito che era il libro giusto per me. Su Gamobu leggiamo e recensiamo solo ciò che sceglieremmo comunque, e chi ci segue conosce la mia predilezione per la letteratura giapponese: basti pensare a uno dei primi articoli pubblicati, la lista dei “Libri di scrittori giapponesi da leggere”, un piccolo manifesto del nostro amore per il Giappone.
La scelta è stata naturale anche perché “Una stanza per Momoko” ha vinto il Premio Akutagawa, il più prestigioso riconoscimento giapponese per scrittori esordienti, lo stesso che ha consacrato Sayaka Murata con “La ragazza del convenience store“, una delle mie scrittrici preferite. Un dettaglio che ha reso impossibile lasciarsi sfuggire questo romanzo.
LA RECENSIONE DI “UNA STANZA PER MOMOKO“
Una delle cose che amo fare quando leggo un romanzo giapponese è andare a vedere il titolo originale. Non sono un traduttore (che Gaia Cangioli e tutti i traduttori dal giapponese non me ne vogliano!), ma per me è un modo per penetrare un po’ più a fondo nel senso del libro.
Il titolo originale di “Una stanza per Momoko” è 「オラオラでひとりいぐも」 (Ora ora de hitori igu mo), che potremmo rendere come: “Io, io vado da sola”. Qui il significato appare subito chiarissimo, quasi non avesse bisogno di spiegazioni. La traduzione italiana, invece, assume un valore più simbolico: solo dopo aver letto il romanzo si capisce perché funzioni così bene.
L’IMPORTANZA DEL LINGUAGGIO
Un dettaglio mi ha colpito: “ora” è un pronome dialettale per dire “io”. La lingua, nel romanzo, non è mai neutra: diventa identità. Quando una collega le fa notare il modo in cui pronuncia “io”, Momoko comincia a dubitare di se stessa. C’è un passaggio potentissimo:
“Da quando aveva cominciato a pronunciare correttamente quella parola, si era sentita a disagio, come se facesse la preziosa, come se fosse diventata qualcun altro, come se avesse una lisca di pesce incastrata in gola. […] mentre quando su ha una parola incastrata nel cuore, ci rimane per sempre. Ed è terribilmente doloroso.”
Questo mi fa pensare ancora una volta all’importanza della parola e della lingua, come rappresentativi non solo di una cultura ma anche dell’identità di un individuo. Non posso quindi che ricordare “1984” di George Orwell dove l’impoverimento della lingua serviva a limitare il pensiero della popolazione. Qui invece troviamo il dialetto come uno strato dell’identità che definisce l’individuo, la nostra protagonista, e come il passaggio alla pronuncia corretta e al giapponese ufficiale sia un tradimento non solo al dialetto, ma anche e soprattutto verso se stessa e alla sua identità.

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TRA SOLITUDINE E IL RISCATTO DI SE STESSI
Ma le tematiche più importanti del romanzo sono la solitudine, la rinuncia a se stessi per compiacere gli altri e, infine, il riscatto personale. Momoko inizia a riflettere davvero sulla sua vita solo in età avanzata, quando rimane sola nella vecchia casa di famiglia, vedova e con i figli ormai lontani. È allora che realizza di aver vissuto secondo le aspettative altrui, chiusa in una piccola scatola che altri avevano disegnato per lei.
Già in gioventù aveva tentato di ribellarsi: tre giorni prima del matrimonio combinato fugge dal suo paese per andare a Tokyo, con l’illusione di arricchirsi. Ma quel sogno si spegne presto e la sua identità finisce per coincidere con il ruolo di moglie, tutta concentrata nel rendere felice il marito. Persino il suo dialetto, che da ragazza nascondeva con vergogna, lo recupera solo grazie a lui, che ne va fiero. Ma dove si trova davvero Momoko in tutto questo?
Un momento di svolta arriva dopo la morte del marito e con i figli ormai adulti: per la prima volta si sente libera di essere se stessa, senza più l’oppressione delle aspettative altrui. È un disagio che la accompagna sin da bambina, quando veniva costretta a scrivere con la mano destra invece che con la sinistra.
Qui il romanzo dialoga con “La ragazza del convenience store” di Murata Sayaka, dove la protagonista Furukura vive lo stesso conflitto: adattarsi alle richieste della famiglia e della società, senza mai riuscirci del tutto. La differenza è che Furukura rimane ostinatamente fedele a sé stessa, mentre Momoko impiega una vita intera per liberarsi dal peso degli altri. È un riscatto tardivo, ma autentico. Un messaggio che ci interroga: quanto di ciò che siamo appartiene davvero a noi, e quanto agli altri?
UN ROMANZO QUASI AUTOBIOGRAFICO
La forza di questo romanzo sta nel fatto che Chisako Wakatake attinge alla propria esperienza: dopo gli studi universitari e una breve carriera da insegnante, si sposa, abbandonando la sua passione per la scrittura. Solo dopo la morte del marito, a 55 anni, è tornata a scrivere, fino a vincere con “Una stanza per Momoko” uno dei premi letterari più prestigiosi del Giappone.
Ed è per questo che le parole colpiscono così forte: sono scritte da chi quella vita l’ha vissuta davvero, sulla propria pelle.
A CHI CONSIGLIO “UNA STANZA PER MOMOKO”?
Se cerchi un romanzo delicato ma capace di lasciare il segno, “Una stanza per Momoko” è una scelta perfetta. È una storia che parla di solitudine, cambiamento e libertà personale, mostrando come sia possibile ricominciare anche quando tutto sembra già scritto.
Lo consiglio in particolare a chi vuole avvicinarsi alla narrativa giapponese contemporanea con una lettura breve ma significativa, capace di restare anche dopo l’ultima pagina.
Se la letteratura giapponese contemporanea ti affascina, ti consigliamo allora il nostro approfondimento su “Libri di scrittori giapponesi da leggere: i romanzi contemporanei più amati in Italia“.
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