TITOLO: Una vita come tante
AUTORE: Hanya Yanagihara
TRADUTTORE: Luca Briasco
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2016
CASA EDITRICE: Sellerio Editore
PAGINE: 1094
GENERE: Romanzo
DISPONIBILE SU: Amazon | Feltrinelli
Tratto direttamente da “Una vita come tante“:
C’erano tempi nei quali la pressione per conseguire la felicità era quasi opprimente, come se la felicità stessa fosse qualcosa che tutti dovevano e potevano ottenere, e piegarsi a compromessi fosse sempre e comunque una colpa.
RIASSUNTO DELLA TRAMA DI “UNA VITA COME TANTE”
Willem, JB, Malcolm e Jude. Quattro ragazzi che si sono conosciuti al college, diventano amici e vivono una New York sontuosa, piena di eventi sociali e di arte. I loro sogni sono sostenuti dall’ambizione e dalla loro amicizia.
Willem è l’animo gentile del gruppo, che però perde quella gentilezza quando si tratta di difendere le persone che ama. JB, l’artista del gruppo, presuntuoso, può arrivare ad essere crudele, ma con i suoi dubbi e preoccupazioni. Malcolm un architetto brillante che sente di dover vivere attenendosi alle aspettative dei genitori, soprattutto del padre. E Jude, mente brillante, un avvocato dalla mente matematica e bravissimo al pianoforte.
E’ lui il collante del gruppo, la sua riservatezza sulla sua vita prima di iniziare il college porta gli amici ad unirsi ancora di più in un senso di protezione per lui. Una vita fatta di luci dopo essere scappato dalle ombre di un’oscurità profonda che, nonostante tutto quello che costruirà, sarà per sempre parte di lui. Attraverso le azioni che compie contro se stesso, i pensieri che gli sono stati inculcati sin da quando era bambino e a cui ritorna come un mantra ogni qual volta qualcosa sembra troppo bello per essere vero, troppo bello per succedere a lui.
Jude e la sua vita diventano il centro dell’amicizia dei quattro ragazzi, e delle loro relazioni estese, delle famiglie, degli amanti, delle amicizie che accompagnano il gruppo. E’ la sua vita che ci porterà a scoprire la crudeltà umana, a quanto l’uomo può spingersi per far soffrire gli altri, mentalmente, emotivamente e fisicamente. Ma anche del potere dell’amicizia e dell’amore incondizionato, della speranza e delle relazioni umani che cercano sempre di aiutarci indipendentemente da chi siamo e da dove veniamo.
COSA MI HA SPINTO A LEGGERE “UNA VITA COME TANTE”?
Ho inserito “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara nella nostra guida dei libri da leggere in estate.
È un romanzo duro, ma allo stesso tempo così reale e così pieno di vita, nonostante tutte le difficoltà, gli ostacoli e la crudeltà degli episodi raccontati. E forse è vero: in estate c’è chi cerca leggerezza e libri più delicati, ma per me questo è uno di quei momenti in cui posso davvero dedicarmi alla lettura. Il romanzo conta 1094 pagine e, secondo me, merita di essere letto tutto d’un fiato. Così, nella settimana di vacanza che ho avuto ad agosto, ho deciso di dedicargli il tempo che meritava.
I pareri online sono molto chiari su questo romanzo: o lo si ama o lo si odia. Non ho visto molte posizioni intermedie, è quasi sempre bianco o nero. Sembra essere una di quelle costanti di cui, nei forum di libri e nei gruppi sui social media, si continua a parlare. E così ne ho approfittato per scoprire personalmente da che parte sarei finito.
LA RECENSIONE DI “UNA VITA COME TANTE“
TRADUZIONE MAGISTRALE: SCORREVOLE E CATALIZZATRICE
Non posso non dedicare l’apertura di questa recensione alla traduzione, perché credo sia uno degli elementi fondamentali nell’apprezzare la lettura di questo romanzo. Luca Briasco ha fatto un lavoro eccellente. Sin dalle prime pagine è facile entrare nel mondo dei personaggi, nelle loro storie e nelle loro relazioni, iniziando così a riconoscerne lentamente le caratteristiche, le ambizioni e le fragilità.
Credo che spesso venga sottovalutato quanto le parole scelte e il ritmo dato al racconto possano influenzare il modo in cui viviamo un libro. Una traduzione non dovrebbe farsi notare, dovrebbe permettere al lettore di dimenticarsi che sta leggendo un testo tradotto e lasciarsi trasportare dalla storia. Ed è esattamente quello che ho provato leggendo “Una vita come tante“.
Sono un lettore molto lento, ma ho divorato questo libro in appena una settimana. Non riuscivo a metterlo giù e mi sono ritrovato più volte, a notte inoltrata, ancora immerso nella lettura e a ripetermi: “Solo altre dieci pagine“.
Con un romanzo di oltre mille pagine, riuscire a mantenere questa attenzione non è affatto scontato. E credo che la traduzione di Briasco abbia avuto un ruolo importante nel rendere la lettura così scorrevole e, soprattutto, così coinvolgente.
WILLEM, JB, MALCOLM E JUDE: IL FULCRO DEL ROMANZO
I quattro personaggi principali sono il vero fulcro della storia: Willem, JB, Malcolm e Jude. Sono loro, e soprattutto le relazioni che costruiscono dentro e fuori dal gruppo, ad accompagnarci per tutta la lettura. La Yanagihara riesce a farli crescere davanti ai nostri occhi, seguendoli dall’età adulta fino alle diverse fasi della loro vita, senza trasformarli mai in semplici strumenti della narrazione.
È proprio la caratterizzazione dei quattro protagonisti uno degli elementi che, secondo me, spiega la forza di questo romanzo. Sono personaggi estremamente diversi tra loro, con ambizioni, caratteri e modi di affrontare la vita completamente differenti, eppure il gruppo funziona. Non perché siano uguali, ma perché le loro differenze finiscono per completarsi.
La Yanagihara è riuscita a portare sulla carta quattro persone, non quattro personaggi. Ed è forse questa la sensazione più particolare che ho avuto durante la lettura: più andavo avanti, più avevo la sensazione di non stare semplicemente leggendo la storia di Willem, JB, Malcolm e Jude, ma di essere entrato nel loro circolo di amicizie.
Conosciamo le loro ambizioni, i loro successi, le loro debolezze, le discussioni, le incomprensioni e quei momenti apparentemente insignificanti che finiscono però per costruire una vita. Li vediamo cambiare, allontanarsi, ritrovarsi, innamorarsi, fallire e crescere. E proprio perché passiamo così tanto tempo con loro, il lettore finisce inevitabilmente per affezionarsi.
È come avere uno sguardo privilegiato sulle vite di quattro persone che, pagina dopo pagina, smettono di sembrarci personaggi di un romanzo e iniziano a sembrarci persone che conosciamo davvero.
Ed è qui che secondo me Yanagihara trova una delle sue armi narrative più potenti: non ci chiede semplicemente di interessarci a ciò che accade loro. Ci porta a preoccuparci per loro.
JUDE E IL TRAUMA
Jude è la colla del gruppo, anche grazie alla riservatezza che lo caratterizza. I suoi amici gli sono vicini, ma non lo conoscono davvero: protegge il proprio passato come un animale protegge i suoi cuccioli, ferocemente e intensamente. E così, pagina dopo pagina, scopriamo cosa ha portato Jude ad essere Jude. Non attraverso una spiegazione immediata, ma attraverso piccoli segnali, comportamenti, silenzi e reazioni che ci permettono lentamente di comprendere quanto il suo passato continui a vivere dentro di lui.
Jude ha un profondo rifiuto per il proprio corpo e per ciò che quel corpo gli ricorda. Il suo corpo è la parte tangibile di un passato che non riesce a cancellare, il ricordo fisico di quello che gli è successo. Il suo rapporto con il dolore è forse uno degli aspetti più difficili da leggere: il corpo che per tutta la sua vita è stato fonte di sofferenza lo ha reso quasi apatico al dolore stesso, almeno finché questo non diventa talmente insopportabile da non poter essere ignorato. Ma il dolore diventa anche una fuga. È il modo che Jude trova per smettere di pensare, per interrompere quel turbinio di ricordi che sembra inseguirlo come iene affamate. Il dolore fisico diventa così qualcosa che può controllare, almeno per qualche istante, quando tutto il resto dentro di lui sembra impossibile da governare.
Ma forse la cosa più dolorosa è che Jude pensa di meritarselo. Giustifica la crudeltà che ha subito perché è cresciuto pensando di essere brutto, immeritevole di essere amato, un peso nella vita degli altri. Ed è proprio per questo che non riesce a chiedere aiuto. Non comprende fino in fondo perché qualcuno possa amarlo e, anche quando viene circondato dall’affetto dei suoi amici, continua a sentirsi di troppo nelle loro vite. Come se la presenza delle persone che gli vogliono bene fosse qualcosa che deve meritarsi continuamente e che potrebbe perdere da un momento all’altro.
Jude nasconde quindi la propria sofferenza a chiunque gli stia vicino, tanto quella emotiva e psicologica quanto quella fisica. Cerca di mantenere il controllo su tutto ciò che può controllare: cucina, pulisce, organizza, lavora. La sua precisione diventa quasi una forma di difesa. Anche nella professione di avvocato questa caratteristica emerge con forza: Jude è estremamente bravo, meticoloso, capace di trovare il dettaglio, il cavillo, quella piccola imperfezione che gli permette di avere il controllo della situazione e vincere le proprie cause.
Jude passa gran parte della sua vita pensando di non meritare nulla di buono. Non riesce a riconoscere l’ingiustizia di quello che gli è accaduto perché, dentro di lui, quella sofferenza è diventata parte della sua identità. Non pensa semplicemente di aver vissuto una vita piena di dolore: pensa che quella sia la vita che gli spetta.
Ed è forse questo l’aspetto più devastante del personaggio. Vedere un bambino indifeso, che avrebbe dovuto essere protetto dagli adulti, crescere fino a diventare un uomo incapace di credere di meritare amore. E vedere quanto sia difficile per chi gli vuole bene convincerlo del contrario. Perché il trauma non finisce necessariamente quando finisce ciò che lo ha provocato: a volte continua a vivere nella persona che lo ha subito, trasformando il modo in cui vede il proprio corpo, gli altri e soprattutto sé stessa.
E qui, secondo me, c’è uno dei grandi meriti della Yanagihara: Jude non è soltanto un personaggio che ha subito qualcosa. È un personaggio che è stato trasformato da ciò che ha subito. E il romanzo ci chiede di accompagnarlo mentre cerca, forse per la prima volta, di capire se possa esistere una vita diversa da quella che ha sempre pensato di meritare.
“Pachinko” di Min Jin Lee racconta il trauma trasmesso attraverso le generazioni e la difficoltà di costruirsi una vita quando il passato continua a determinare il presente. Due romanzi monumentali che raccontano come una vita venga costruita attraverso gli anni, le relazioni e le ferite che ci portiamo dietro.
L’AMICIZIA E L’AMORE: TRA SCELTA E GUARIGIONE
Ci sono due tematiche che, secondo me, fanno da filo conduttore a tutto il romanzo: l’amicizia come famiglia scelta e l’amore come possibilità di guarigione. Partirò dall’amicizia, perché è il sentimento che unisce Willem, JB, Malcolm e Jude e che nel corso del romanzo ci viene mostrato sotto forme diverse, cambiando insieme ai quattro protagonisti.
L’amicizia diventa il perno delle loro relazioni: c’è il supporto, l’aiuto, la presenza, l’ascolto, il semplice esserci per l’altro. E crescendo scopriamo quanto questo gruppo sia importante anche per ciò che i quattro riescono a diventare. Le loro ambizioni sono diverse, ma l’amicizia diventa spesso il terreno sul quale riescono a costruire il proprio futuro. Willem vuole dimostrare il proprio valore e portare con sé, in qualche modo, quello della sua famiglia; JB cerca nell’arte la propria realizzazione, sostenuto da una famiglia che ha sempre creduto in lui; Malcolm vuole affermarsi anche contro le aspettative del padre; Jude, invece, cerca soprattutto la possibilità di costruirsi una realtà diversa da quella che ha conosciuto, allontanandosi da tutto ciò che lo ha portato a diventare l’uomo che è.
Eppure proprio Jude è quello che sembra avere maggiori difficoltà ad accettare questa famiglia che si è scelto. Non è che non comprenda l’amicizia: è che non riesce a comprendere fino in fondo perché qualcuno dovrebbe scegliere lui. Legato a quello che abbiamo detto sul trauma, Jude non riesce mai ad essere completamente sé stesso davanti alle persone che gli vogliono bene, perché continua a pensare che, se conoscessero davvero il suo passato, si allontanerebbero da lui. L’affetto degli altri entra così in conflitto con l’immagine che Jude ha costruito di sé stesso.
Ed è qui che entra in gioco l’amore. Jude è circondato da persone che lo rispettano, che gli vogliono bene, che lo sostengono nelle sue scelte e che sono orgogliose di lui. L’amore permea la sua vita adulta e, attraverso Willem, diventa anche la possibilità di immaginare una vita diversa. Una vita nella quale Jude può essere amato nonostante ciò che pensa di essere.
Ma è proprio qui che il romanzo diventa devastante.
L’amore può salvare una persona in molti modi, ma non può necessariamente guarire il trauma. Può offrire presenza, sicurezza, comprensione e persino la possibilità di ricominciare, ma non può cancellare ciò che è successo. Non può entrare nella mente di qualcuno e rimuovere anni di dolore, di paura e di convinzioni costruite su quelle esperienze.
È un messaggio disarmante, perché ci piacerebbe credere che l’amore possa essere sufficiente. Che avere accanto le persone giuste possa finalmente cancellare tutto quello che ci ha fatto male. Yanagihara ci mette invece davanti a una realtà molto più dolorosa: alcune ferite possono essere amate, accompagnate e comprese, senza per questo scomparire.
Ed è forse proprio qui che si trova una parte della tragica bellezza di “Una vita come tante“. Il romanzo non ci promette che l’amore possa guarire tutto. Ci mostra quanto possa essere potente esserci per qualcuno, anche quando non possiamo salvarlo da sé stesso.
Se ti ha colpito la solitudine di Jude, leggi anche “Un uomo solo” di Christopher Isherwood. Due romanzi molto diversi per epoca e struttura, ma accomunati da personaggi che devono imparare a convivere con un’assenza che non può essere semplicemente colmata dalla presenza degli altri.

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UN ROMANZO CHE PARLA DI VITA
Forse uno degli aspetti più interessanti di un romanzo così voluminoso è che, mentre il tempo della lettura passa, anche le vite dei protagonisti si muovono nella stessa direzione. Quando incontriamo Willem, JB, Malcolm e Jude sono giovani, alle prese con l’inizio della loro vita adulta, mentre i numerosi flashback ci permettono di conoscere ciò che è accaduto prima che le loro strade si incrociassero. Ma da quel momento in poi il tempo scorre insieme a loro.
Mentre leggiamo, i protagonisti crescono davanti ai nostri occhi. Da giovani adulti li vediamo muovere i primi passi dopo gli studi, scegliere le proprie specializzazioni, costruire nuove relazioni e iniziare le loro vite fuori dal college. Li vediamo trovare i primi incarichi, affrontare le difficoltà di raggiungere gli obiettivi che si sono prefissati e convivere con quei dubbi che, prima o poi, arrivano quando ci chiediamo se stiamo davvero diventando le persone che volevamo essere.
È un piccolo mondo quello che scopriamo pagina dopo pagina, un mondo che cresce insieme ai protagonisti e che cambia con loro. Lo vediamo anche materialmente: dalle stanze condivise agli appartamenti fatiscenti e poco ospitali, fino alle case di lusso che arrivano con il successo professionale. Cambiano le loro condizioni economiche, cambiano le loro responsabilità, cambiano le persone che hanno intorno. Ma il tempo non cancella necessariamente ciò che siamo stati.
È bellissimo vedere come il loro impegno, le loro ambizioni e il frutto di anni investiti nelle proprie passioni trovino sfogo in vite piene e, per molti aspetti, di successo. Sono persone che riescono a realizzarsi in ciò che desiderano, a costruire carriere, relazioni e una vita che molti di noi vorrebbero avere.
E forse è anche qui che Yanagihara inserisce una delle riflessioni più interessanti del romanzo: il successo non è una cura universale. Il denaro può risolvere moltissimi problemi, può offrire sicurezza e possibilità che prima non esistevano, ma non può necessariamente raggiungere quelle parti di noi che sono state ferite molto prima che avessimo la possibilità di scegliere chi diventare.
In “Il libro bianco” di Han Kang il dolore non viene raccontato soltanto attraverso ciò che è successo, ma attraverso ciò che rimane: memoria, assenza, corpo, identità e vita di chi sopravvive. È un approccio molto simile a quello che Yanagihara utilizza quando parla dell’assenza e della perdita.
IL SIGNIFICATO DI UNA VITA COME TANTE
Il titolo sembra quasi ironico, perché una volta terminata la lettura viene spontaneo domandarsi: è davvero una vita come tante?
La tragicità, il dolore, la straordinarietà, l’amore, il successo, i fallimenti e le perdite che accompagnano queste vite sembrano essere tutto fuorché comuni. Eppure, contemporaneamente, è proprio una vita come tante.
Perché Yanagihara ci ricorda una cosa tanto semplice quanto difficile da accettare: non possiamo mai sapere davvero cosa una persona si porta dentro. Possiamo incontrare qualcuno che apparentemente ha tutto: una carriera, una casa, degli amici, una persona da amare, e non avere la minima idea della battaglia che quella persona sta combattendo dentro di sé.
Ed è forse questo che rende Willem, JB, Malcolm e Jude così reali. Non perché le loro esperienze siano necessariamente quelle di tutti noi, ma perché le emozioni che provano lo sono. L’amore, la paura, l’ambizione, la gelosia, la solitudine, il senso di colpa, il desiderio di essere accettati e quello, ancora più profondo, di sentirsi degni di essere amati.
“Una vita come tante” non è quindi una storia ordinaria. È il racconto di quattro vite straordinarie che, proprio attraverso le loro differenze, ci ricordano quanto sia impossibile sapere davvero cosa accade nella vita di qualcun altro.
E forse è questo il significato più profondo del titolo: ogni vita è, allo stesso tempo, una vita come tante e una vita irripetibile.
A CHI CONSIGLIO “UNA VITA COME TANTE”?
“Una vita come tante” è un romanzo monumentale, intenso e profondamente umano. Non è una lettura semplice, né per la sua lunghezza né per la durezza di alcune delle esperienze raccontate, ma è proprio nella capacità di chiedere tempo e attenzione a chi legge che trova parte della sua forza.
Lo consiglio a chi cerca una storia capace di accompagnare per molto tempo, di far affezionare ai propri personaggi e di portare dentro le loro vite come se fossero persone realmente conosciute. Una lettura che attraversa decenni di amicizia, amore, ambizione, successo e dolore, sullo sfondo di una New York quasi senza tempo.
È uno di quei libri che non si chiudono davvero quando si arriva all’ultima pagina. Alcune delle sue storie rimangono con chi legge, così come rimangono le persone che si sono imparate a conoscere durante la lettura. E forse è proprio questa la sua più grande forza: dopo oltre mille pagine, Yanagihara riesce a far sentire di aver davvero vissuto una vita insieme a loro.
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E tu hai letto “Una vita come tante“? Sei tra quelli che l’hanno amato o quelli che l’hanno odiato?
