TITOLO: Yoga
AUTORE: Emmanuel Carrère
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2020 in Francia, 2021 in Italia
CASA EDITRICE: Adelphi
GENERE: Saggistica
Traduzione libera direttamente da “Yoga”:
Non per vantarmi, ma posseggo un autentico talento nel trasformare una vita a cui non manca niente per essere felice in un vero e proprio inferno.
RIASSUNTO DELLA TRAMA DI “YOGA”
COSA MI HA SPINTO A LEGGERE “YOGA“?
Emmanuel Carrère è un autore che ho scoperto di recente grazie a “I baffi”, una lettura che mi aveva colpito molto. C’era qualcosa di affascinante nella storia di un uomo che non sa se il pazzo è lui o il mondo che lo circonda. Quel libro mi aveva lasciato addosso un senso di spaesamento, ma anche tanta voglia di leggere ancora Carrère. Così ho comprato un paio di altri suoi titoli, e “Yoga” è stato il primo che ho deciso di affrontare.
Mi avevano colpito subito la copertina e la trama: un memoir, con al centro la meditazione e un percorso personale. Non leggevo molti saggi da un po’, e dopo una serie di letture piuttosto pesanti (come “Triste tigre” di Neige Sinno), ero curioso di cambiare aria. Non che mi aspettassi di farmi grasse risate… ma Carrère mi si era presentato con un umorismo sottile che speravo di ritrovare anche qui.
Insomma, con le migliori intenzioni ho iniziato la lettura, e queste sono le mie considerazioni.
RECENSIONE DI “YOGA”
Un libro che deraglia (e lo sa)
Che libro è “Yoga”? Direi a metà tra un memoriale e un saggio. Carrère voleva scrivere un “libro sorridente e sottile sullo yoga”, ma il risultato è decisamente diverso rispetto al suo concepimento. Cosa ha portato a questa trasformazione? Sicuramente i tanti eventi della vita privata e pubblica dell’autore: la depressione, il ricovero, il terrorismo, il lutto. Tutto contribuisce a un’evoluzione organica del libro, che pagina dopo pagina abbandona progressivamente lo yoga per parlare d’altro.
Certo, lo yoga rimane comunque un pilastro, a tratti persino troppo presente. Alcune delle lunghe descrizioni delle pratiche mi sono sembrate eccessive, e da non praticante ho finito per saltarne diverse. Non lo considererei un difetto oggettivo, è più che altro una questione di aspettative. Mi aspettavo un racconto esistenziale con lo yoga sullo sfondo, e mi sono trovato tra le mani un testo che è anche manuale spirituale. Forse lo stesso Carrère, che comincia con leggerezza, si è ritrovato spiazzato da ciò che ha finito per scrivere.
L’autoritratto di un uomo (e di un ego)
“Yoga“ è un’autobiografia imprevedibile, il racconto di un uomo che non ha paura di mostrarsi fragile, contraddittorio, a volte persino sgradevole. Lungi dal trovare tutto ciò respingente, l’ho trovato anzi coraggioso. Scrivere un libro su di sé dove non si è l’eroe, ma piuttosto l’anti-eroe, è un atto potente. Un modo per dire: prendere o lasciare, questo sono io. Non so se sarei in grado di farlo con la stessa sincerità brutale.
Ma a questo punto sorge spontanea una domanda: quanto dobbiamo credergli?
Quello che leggiamo è un esercizio di verità o un’esibizione narcisistica? È possibile che Carrère costruisca la propria immagine da “scrittore tormentato” con la stessa cura con cui un romanziere lavora ai suoi personaggi. Mi sono immaginato Bukowski che in un universo parallelo cita Moretti dicendo: “Sono fatto male, mamma mia come sono fatto male!”.
Se leggiamo Carrère come un personaggio letterario, allora il tono cambia: la confessione diventa strategia narrativa, e ci ritroviamo a valutare la sua figura con uno sguardo più critico, forse più severo.

La mente in frantumi, il mondo pure
Tra i punti deboli del libro, sento di dover menzionare la parte dedicata a Charlie Hebdo. Letta la trama, speravo che il libro ruotasse attorno al trauma di quell’attentato: un grande intellettuale in ritiro spirituale che viene travolto dalla notizia della morte di amici e colleghi. Il contrasto tra la ricerca della pace interiore e la violenza esterna era, almeno sulla carta, potentissimo. Invece Carrère lo affronta in modo rapido, quasi marginale. Un’occasione mancata.
Il tema dominante rimane la salute mentale, che l’autore affronta in modo crudo. La sua caduta psicotica e il conseguente ricovero sono descritti senza filtri. È interessante vedere il contrasto tra il rigore dello yoga e il caos interiore: una disciplina nata per ritrovare l’equilibrio che si scontra con una mente che quell’equilibrio non riesce mai davvero ad afferrare.
Anche qui ho pensato a “I baffi”, uno dei miei libri preferiti di Carrère, dove non si capisce se il protagonista sia pazzo o se sia il mondo attorno a lui a esserlo. In “Yoga”, invece, il dubbio scompare: Carrère sa di essere malato. Ma ciò non toglie che anche il mondo, con i suoi attentati e le sue crisi, sembri soffrire di una forma di instabilità collettiva.
Questa consapevolezza rende la lettura pesante, persino cupa. Se tutto è rotto (dentro e fuori) dove trovare una via d’uscita?
Dove trovare rifugio?
Forse non c’è una risposta definitiva. Carrère sembra oscillare tra due stati d’animo: da un lato il desiderio di pace, di silenzio, di ritiro dal mondo, dall’altro il sospetto che ogni tentativo sia destinato a fallire. È lui stesso a dirlo, in uno dei passaggi che più mi sono rimasti impressi: “Quando le cose vanno bene, so che andranno male”. È una visione tragica, certo. Ma anche, paradossalmente, rassicurante per chi si sente spesso in bilico.
Credo che la soluzione sia estremamente personale. C’è chi si rifugia nell’ottimismo, chi nella meditazione, chi nella fuga. Io credo che tutto ciò che possiamo fare sia costruirci un piccolo spazio interiore, una zona franca, dove poterci rifugiare nei momenti difficili, e da cui poter uscire quando siamo pronti. Un luogo mentale dove respirare. Non è detto che sia yoga, o meditazione. Può essere scrivere, leggere, correre. Ma è lì che, come Carrère, proviamo almeno a non affondare.
A CHI RACCOMANDO “YOGA”?
Consiglierei “Yoga” a chi ha amato altri libri di Carrère, ovviamente, ma anche a chi cerca nella lettura un’esperienza non lineare, intima e spiazzante. A chi non ha paura di confrontarsi con il dolore mentale, con le contraddizioni umane, con un racconto che spesso si piega su se stesso e si interroga su quanto sia sincero. È un libro che può disturbare, ma che allo stesso tempo affascina chi è in cerca di verità.
Anche imperfette, anche contraddittorie.
Lo consiglio anche a chi si interessa di salute mentale, meditazione, spiritualità, ma senza aspettarsi un approccio sistematico o rassicurante. Questo non è un manuale su come vivere meglio: è piuttosto il racconto di un uomo che ha provato, fallito, ricominciato. Un libro per chi ha attraversato fasi buie e cerca qualcuno che non ne parli con toni edificanti, ma con una voce vera, sbilenca e a volte ruvida.
Carrère, nel bene e nel male, non finge.
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